Tra tradizione e leggenda: il Ritorno

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La cozza…(se al nord i rospi si tramutano in prìncipi…nel profondo sud…)

Preambolo gastro_nomico
Per una fisiologica e primaria necessità,legata alla sopravvivenza e al piacere,siamo sempre alla ricerca di nuovi cibi e sapori,degustando così,anche erbe o animali dall’aspetto e all’apparenza,non proprio attraente , che si rivelano,dopo un’elaborata e
accorta preparazione,cibarie a dir poco”allettanti”.Per tale motivo, se al Nord, son ghiotti di rane(ahimè!), nel mio Sud,in modo specifico nel Salento,uno dei piatti originale e tipico,son le chiocciole dette :”moniceddre cu’lla panna” (poverine)…la panna,è la pellicola bianca che,ne chiude il guscio,quando sono o dovrebbero essere,tranquille,nel loro letargo.Chi”bazzica”i posti,ne conosce la prelibatezza,poichè accompagnate da vino locale e pane casereccio,animano durante l’estate,le piazze genuine delle sagre di paese.Il piatto,costituisce una vera squisitezza con il pane che viene inzuppato nel vischioso sughetto,dal sapore delicato ma deciso, tanto da essere riconsiderato in molti ristoranti del globo.Di questi invertebrati mollicci,ci sono le varianti e alla classica “moniceddra”(lumachina marrone e verde)si affianca la “cozzeddra”(piccola e bianca) e poi ancora la “cozza”grande,che vive sui muretti e ha come capostipite”lu cozzune”o _ciamarro_ o altre ancora denominazioni locali,piuttosto bizzarre.Nel soletano,o comunque in terra salentina proprio alla ricerca della moniceddra,ogni anno,nei mesi primaverili, subito dopo i primi acquazzoni e prima del freddo,nei mesi di settembre-ottobre, le campagne si riempivano e si riempiono ancora,dei cercatori,..uomini,donne e anche bambini,che armati di torce o lanterne,predano le piccole creature-monolocale,che vaganti alla ricerca di un filo d’erba da succhiare,vengono catturate.

Avvenne  così,che in un giorno tiepido di primavera,dopo una notte intera di pioggerella incessante e benevola,Idrusa,dirimpettaia di Simina, approntò i figlioli e tutti assieme,si recarono nei campi,là dove si raccontava ve ne fossero infinite e che tutti i cercatori tornassero a casa,con provviste da dieci,venti..fino a mezzo quintale di chiocciole.
Erano tempi di magra,nelle mense delle famiglie,la carne compariva di rado,le”moniceddre”costituivano un elemento fondamentale della nutrizione,mentre poi, in tempi più recenti e di maggior benessere sarebbero diventate una”sfizzieria”.
Con gli stivali,alti e i pantaloni arrotolati sopra il polpaccio,che di polpa in effetti,ne aveva ben poca,i ragazzini,con gli occhi ancora assonnati,seguirono le direttive della madre…seri ed ubbidienti,come lo è chi deve diventare in fretta grande, perchè la vita, ha voluto così. Giovancelli in un età che andava dai sedici anni di Angelo,il maggiore, seguito da Tonio, Gaetano ed infine Donà, che ne aveva solo sette.Erano tutti maschietti e ogni tanto,si scazzottavano,come tutti i ragazzini, però erano responsabili e consapevoli,che essere una famiglia,dopo la perdita del padre,significava stretta collaborazione e amore fraterno.Ubbidienti e silenziosi, giunsero,nelle zone delle _quattro are_, nel fondo detto”sciacuddri”,posto conosciuto come rifugio pieno zeppo di monicelle
La campagna era fradicia di pioggia,ma si vedevano le impronte recenti di scarponi di varie grandezze,che avevan già perlustrato il terreno centimetro quadrato per centimetro.Idrusa,diede a ciascun figlio una direzione differente,si sarebbero ritrovati al varco,dopo la raccolta e chi vi fosse giunto per primo,avrebbe aspettato l’altro,fino al suo ritorno…
Cercarono,cercarono…meticolosamente,zolla a zolla,muricciolo,muricciolo,perlustrando ogni monticello di terra,che poteva celare il “cozzaio”,ma nulla!Dopo,qualche ora d’infruttuosa ricerca,con gli occhi che ormai vedevano solo fili d’erba e papaveri,si ritrovarono,con lo sguardo basso e un forte languore di desolazione..ma anche di appetito.
Sembrava che la sfortuna, li avesse segnalati, uno ad uno…ed ora,gli sarebbero toccati,anche i rimbrotti della madre.

Intanto,Idrusa, ancora non si vedeva…segno che forse a lei,la raccolta era andata meglio…Invece,la povera donna,stanca e sconsolata,si era seduta all’ombra di un rugoso centenario ulivo,non trovando il coraggio,per tornare dai figli a cesta vuota .Chiudeva gli occhi e li riapriva,come per rendersi meglio conto se quella realtà fosse malevola o solo un sogno._Raccoglierò un pochino di cicoriette selvatiche e mangeremo lo stesso,importante è mettere qualcosa in tavola…._Si fece coraggio e nel rialzarsi,si accorse che il cestino le aveva lasciato il segno,come di un braccialetto….-Eh cestino mio,m’hai fatto un regalo e io invece,t’ho lasciato a pancia vuota…,col tuo monile…comprerò il pane per un anno e sfamerò i figlioli-…continuava a parlare a voce alta,come in preda alla follia.Riempì in poco tempo la sporta di verdura quando sentendosi un fresco risucchio al polpaccio,si passò velocemente e con forza la mano sulla gamba,come per staccarne un’ospite indesiderato…Udì,subito dopo il colpo secco una voce: -Hei,ma che fai?…m’ammazzi donna!-…Idrusa si guardò intorno, era certa di esser sola.

lumaca+gigante+603+col++054087-giant-snail_1145532Voltò il capo,girò attorno al grande albero, ma non vi trovò nulla.
Ritornò a prendere il cestino,che aveva fatto volar via dallo spavento e nell’abbassare lo sguardo e la schiena scorse una cosa alla quale i suoi occhi non sapevano credere vera: una “cozza”!,una sì,ma non regolamentare…che se ne trovano a quintali,ma una, eccezionale,di grande bellezza e dimensioni notevoli.Poteva pesare,circa un chilo,ed era talmente grande e rugosa ,da poter esser confusa con un sasso! Forse,proprio questa sua corazza mimetica,l’aveva salvata dai numerosi predatori.
Idrusa,incredula e felice,subito la raccolse,la posò delicatamente nella cesta,coprendola con le piante selvatiche,onde evitare così,di dar spiegazioni ai figli e a chiunque altro.
In fretta li raggiunse,non li rimproverò,né chiese nulla…insolitamente fu tollerante e muta.

Giunsero a casa, dove preparò una cena di sopravvivenza e aspettò la notte,per poter rivedere la sua “cozza”speciale.
A tarda ora,quando fu certa che i figlioli si fossero addormentati,andò in cucina e rivolgendosi alla cozza disse: -Oggi tu mi hai parlato…e per dimostrarmi che non son pazza,lo rifarai adesso,e io ti bacerò…-
La cozza,sembrava immersa nel torpore..allora,Idrusa,prese ad accarezzarne il guscio,dicendole: -Ma quanto sei bella e forte,con questa corazza decorata di cerchi neri che disegnano altri cerchi sul fondo color nocciola cangiante al verde-.
Alle parole dolci e cortesi della donna,la lumaca cominciò a tirar fuori il tenero musetto e le antennine poi con gli occhi a fanalino la fissò in viso   dicendole: -Padrona, ti ringrazio delle belle parole ,specie di non avermi, già immersa nel pentolone a bollire… con la fame che avete,sarebbe stato più che giusto…-. Idrusa, guardò la singolare magica interlocutrice come se fosse naturale che le parlasse e questa continuò: -Vorrò dimostrarti la mia gratitudine, ma solo più tardi, alla mezzanotte, non un minuto più né uno meno, ritorna da me puntuale e saprai di cosa si tratta.-

Dopo questa frase,rientrò nel guscio e si quietò nel sonno. Idrusa, la ricoprì di foglie fresche per la pastura e trepidante e curiosa aspettò sveglia l’ora stabilita.S’era seduta sulla sua seggiola preferita,di paglia intrecciata dalle mani esperte del caro congiunto,prima che una maledetta “tisica”glielo portasse via.Le sembrava sedendosi di ritornare sulle ginocchia dell’amato,come affettuosamente erano soliti fare da sposi felici quali erano stati.Con questo dolce ricordo,le due ore trascorsero in un soffio,la mezzanotte era giunta.La donna tremando,riaprì la cesta e con cura spostò il fogliame,ma con suo dispiacere e sconforto,l’insolito essere non c’era più…

Il cuore cominciò a batterle forte e incredula si domandava come e dove una creatura di tale grandezza si fosse potuta nascondere e come si fosse mossa senza essere vista da lei,che pure aveva vegliato tutto il tempo,senza distogliere mai lo sguardo dalla cesta.Il rossore le colorava il viso d’un vermiglio sempre più acceso, finchè iniziò a chiamare a voce alta: -Dove sei?,dove sei nascosta?- In quel momento la campana del paese rintoccò le dodici ore e all’ultima nota del tempo stabilito una voce profonda le parlò: -Voltati lentamente verso la finestra dell’orto-, si voltò,ma molto meno lentamente di quanto avesse voluto e dietro alla finestra si materializzò la figura di un essere umano. La luce della luna era fioca,troppo debole per illuminarne il viso,ma un bagliore,nella memoria di Idrusa,la rese chiaro come il sole. Quella sagoma le si avvicinò,rivelandosi ormai con chiarezza e magico stupore.Apparteneva al suo amato, che con sentimento eterno ed intatto le parlò: -Colui che tutto SA, ha avuto pena della condizione tua e dei nostri figlioli, mi ha concesso questo incontro, perché ti sia non solo di conforto, ma anche di aiuto…-. -Il mio cuore,non regge quest’emozione..marito adorato,compagno di tutta una vita…!troppo breve e di troppo prematura e triste fine-…e la donna iniziò a piangere…

-Non c’è tempo per le lacrime e quello che mi è concesso sta per finire, fatti forza mia cara e ascoltami, perché la coltre dell’ignoto a nessuno è dato ripercorrere a ritroso  ed è solo per l’Amore e la Pietà che ho potuto osare di sorpassare questo limite.

Ho due rivelazioni importanti :
La prima riguarda il pozzo interrotto del giardino, dove da anni non confluisce più l’acqua…all’interno,nelle profondità è cresciuto un alberello i cui frutti sono speciali:  gemme preziose di altissimo valore.
La seconda e la più importante è che _Nessuno smette di esistere mai, se è amato da chi resta in vita e ne avverte la presenza, in ogni oggetto,luogo o seppur minimo dettaglio che gli è appartenuto …Nessuno smette di esistere se è nella mente di chi lo conserva caro in sè per esserne stato parte di vita-.

Con il più tenero degli sguardi aperto in un sorriso, la presenza si dissolse…Idrusa, riprovò in quel brevissimo ma intenso tempo, tutta la gioia di una vita e tutto il dolore del distacco…Le ginocchia  ripiegarono inermi ed intorpidite sul pavimento e lì vi rimase così tutta la notte, che fu di preghiera e di ringraziamento.
Da quel giorno,la famiglia non ebbe più problemi di sostentamento, la donna seppe usare i suoi beni con parsimonia e generosità,condividendoli con chi ne ebbe bisogno,regalando benessere a tutta la piccola comunità e anche ai viandanti che bussavano alla sua porta. In paese si parlò di un incontro con qualche “sciacuddri”,che le aveva portato fortuna,ma senza invidia…e mai a nessuno,fu dato sapere il vero…

SE non che…in punto di morte,Idrusa,rivelò tutta l’incredibile vicenda a Simina,che le era cara come e più d’una sorella…e questa a sua volta la confidò tanti anni dopo alla figlia Crocetta…che la raccontò a……ecc ecc
arrivando fino a chi, ora lo scrive….che non ci ha creduto davvero…ma un po’…anche”sì”.

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