Giallo ocra tendente al rosso (romanzo breve)

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hermes

 

 

(… romanzo breve)

Le delusioni e gli scoramenti  in genere prendono il posto del lavorio e dalla inoperosità apparente si potrebbe aprire il varco per la nascita di pensieri e nuove idee,  che  non solo introducano al cambiamento,  ma elaborino un piano di difesa definitivo ed efficace contro l’imponderabile casualità, che sia frutto di accadimenti, persone o pure cose. Le storie si intersecano in un perenne movimento di vite, destinate a vibrare o spezzarsi in una danza comune, che ciascuno è chiamato ad interpretare muovendosi al meglio, o anche al peggio, sotto lo sguardo indifferente degli astri lontani e al conforto di ogni piccolo sussulto di bene circostante o interiore .

Giallo ocra, tendente al rosso 

1 Giacomo

La lucetta dell’allarme dava un segnale debole
si accendeva e si spegneva a stento, nella stazione di polizia non c’era più nessuno, tutti erano usciti per una retata, le chiamate si succedevano ripetutamente e senza ormai possibilità di risposta o intervento. Un terremoto è un evento distruttivo e per certi versi poco prevedibile, tanto per il momento in cui dovrà accadere, quanto più per l’intensità del sisma e delle sue terribili conseguenze distruttive.

L’appartamento di Beatrice e Giacomo era al primo piano,  progettato come piano rialzato,  una rampa di soli cinque gradini più il pianerottolo a sessantacinque gradi, che divideva dal seminterrato, pensato per le auto e poi adattato ad appartamento per studenti, un vero bunker suicida, in caso di un qualsiasi incidente domestico o calamità naturale.

Le risorse del proprietario dell’immobile erano esigue, poco lavoro come imprenditore di se stesso, lo avevano indotto  a  farsi prestar soldi onde intraprendere un’attività edile da potersi assicurare un reddito per una vecchiaia decorosa.

I primi lavori erano stati eseguiti con criterio, malgrado la metà dei soldi erano andati nelle casse  comunali, al geometra e ad un sedicente direttore dei lavori,  reso obbligatorio per legge. Le spese per materiali di costruzione al confronto sembravano irrisorie e la manodopera era in parte gratuita o così almeno aveva creduto il capomastro, visto che era egli stesso imprenditore ed operaio della propria progettualità.
Ben presto si era reso conto di quanto il capitale fosse  esiguo e come aumentassero velocemente invece i tassi d’interesse,  mentre i lavori erano  ancora poco più avanti delle fondamenta. Rinunciò a qualsiasi lusso o decoro, ma quattro appartamenti hanno pur sempre un costo elevato, anche se si cerca di contenerlo, con la forza e la caparbietà di un mulo.

Un cantiere aperto notte e giorno, per quasi tre anni ininterrottamente, senza soste e senza onore per le sante feste,  soprattutto senza pace e sonno, col pensiero fisso di finire in tempi brevi, per non incorrere in ulteriori ammende e  prima che la banca non prendesse a risalire i tassi d’interesse, fino a diventare l’effettiva padrona dell’immobile.
Neppure il cattivo tempo riusciva ad arrestare Giacomo, che ancor prima dell’ultimo accessorio, aveva pronti gli inquilini e avrebbe potuto iniziare il conto alla rovescia, per saldare ogni debito ed iniziare a far fruttare quel suo legittimo e faticato progetto.
In realtà non aveva fatto i conti con il più impietoso dei fattori, che il destino pone e frappone come ostacoli al normale scorrere della vita, ed invero la sua regione non era mai stata considerata zona sismica a livello di alto pericolo, invece da dieci giorni la terra tremava e a tranquillizzare non bastava più l’esperto alla tv o il tecnico che il sindaco aveva invitato al consiglio comunale, il quale si sforzava di quietare e minimizzare le giustificate paure, prima che diventassero panico ed irrefrenabile isteria, ogni qualvolta i lampadari prendevano a danzare quasi impercettibili note di un film horror e le evidenti crepe iniziavano a lacerare i muri già cadenti del centro storico.
Una coltre di nuvole accompagnava il temporale in montagna e la pioggia sfogava sui calcinacci esterni, la sua repressione dopo la grande afa, un boato che sembrava un tuono prese a squarciare l’aria e dopo pochissimi istanti urla e frenetiche immagini ruppero la quiete di una giovane notte che tramutava in inferno la vita di molte persone in maniera irreparabile ed impietosa.

La guerra fa meno paura, in questi casi conosci il nemico e una sirena annuncia l’arrivo di esso con quel che ne consegue. Una calamità naturale, invece, risulta essere molto più subdola ed infida, può costringere alla morte senza via di uscita e alla distruzione certa, senza scampo e alternativa.
La paura si mangia il coraggio e la forza di ripresa, perché non è mai finita ed in realtà non potrà mai finire l’ostilità fortuita quanto innata del caso che genera inquietudine con la sua terrificante violenza.

Dopo il purgatorio di crolli e l’inferno di ambulanze, Giacomo si ritrovava con un mucchietto di macerie, due vite spezzate sulla coscienza e la sconsolata consapevolezza che mai sarebbe riuscito a risanare nulla, assolutamente nulla del proprio  lavoro, ma certo  nulla più della propria vita.

Lasciò nella città  le speranze tradite, la voglia di vivere ancora e di ricostruire con la paura che ora era certezza del terrore e si ritirò a vita semplice, in un posto remoto della sua terra e della sua infanzia.terremoto

 

 

 

 

2 La marina

Le casette di mare venivano colorate con calce bianca, per disinfettare le pareti ed evitare che il sale mangiasse il colore, avevano così un aspetto sterile e al contempo fresco, come gli abiti della gente di mare albini e leggeri. Ogni tanto tra le schiere si poteva distinguere una villetta in tinta azzurro cangiante, quasi per assonanza all’indaco del mare e del cielo sereno e di buon auspicio, per un estate senza bizzarrie del tempo. Per l’anteprima della sua vita, ogni estate era trascorsa nella minuscola casetta del nonno, alla marina di un posto sconosciuto sulla punta tacco dello stivale, un rifugio desueto, dove vivere una vita alternativa, differente da quella frettolosa, che lo divorava negli inverni freddi del centro appenninico.
Le onde rumoreggiavano senza far paura, agitate da qualche moto interno, spingevano le barchette al molo, come puntute matitine colorate e incerte.
Tante volte sulla spiaggia i bambini costruendo castelli alibabeschi, venivano puntualmente burlati dall’onda ostile, che ne cancellava ogni traccia in un secondo e trasportava i sogni e le speranze depositati in ogni granello di sabbia sul fondo del mare.
Tutta la vita tesa appariva così un eterno formichio di instancabili esseri che pare mai si arrendano e mai si quietano, fino alla fine della loro opera inutile e necessaria, quanto infinita,  che è la propria vita.
La casetta del nonno Orazio era di un colore insolito, giallo sfumato ocra tendente al rosso vivo,  giallo e rosso in crescendo, tanto da apparire come una macchia direzionale, verso la quale rivolgersi per capire da quale parte andare, specie di notte, quando la luce elettrica ancora non era presente e le lampare si rivelavano insufficienti. Anche nonno era un tipo piuttosto strano, forse anche bizzarro alle volte dava di matto e non era chiaro il suo inalberarsi per cose che potevano essere banali, ma lui era così e i suoi gusti in fatto di mode e colori erano stravaganti, soprattutto riguardo educazione e morale diventava quasi un bonzo, .anche se di specchiato nella sua vita c’era solo lo specchio del bagno e le maioliche turchesi della grande cucina greca.barche_colorate_a_naoussa_paros_cicladi

 

 

 

3 Il talento

Il nonno non era sempre vissuto in quel posto di mare e nonostante la casa fosse arredata col gusto cittadino, era anche adorna di nasse e reti colorate, ma nonno Oreste non era affatto un pescatore, anzi tutt’altro, sovente comprava il pesce dai pescatori veri, all’alba, quando come un gatto attendeva tornassero dalla notturna. Il suo era ancora un fisico asciutto ed atletico, non dimostrava gli anni che lui definiva “carogne” dopo una risata acida, ma simpatica, alla vista dei corpi agili e giovanili che animavano la spiaggetta in estate.

Giacomo era il suo nipote preferito, se non che unico nipote, figlio di un figlio che non aveva affatto cresciuto, a causa di randagismo cronico. Il ragazzo sarebbe lentamente diventato la sua seconda pelle e lo scopo della sua esistenza ormai quasi al termine.
Diversi anni trascorsi nelle città più amene ed importanti d’Europa, in giro per teatri a cantare da affermato tenore, per compagnie prestigiose, che ne avevano scoperto, quasi per caso, il talento innato.

Il nonno di Giacomo ai suoi tempi era stato un rinomato carpentiere, costruttore per vocazione ed estensione famigliare. Secondo o terzo di una numerosa prole, di cinque maschi e due donne, si era ritrovato il quadratufi tra le mani, nella stessa maniera in cui i bambini di oggi si ritrovano sonagli e il telefonino.
Poter scegliere un mestiere, quando tutta la famiglia è già immersa in un’attività impegnativa e faticosa ma di certo creativa ed indispensabile,  non è facile e il gruppetto di omoni dal fisico sottolineato da muscoli ben tonici, era diventata una squadra di lavoro, organizzata ed efficiente, tanto da non avere mai un attimo di respiro. E le case del paese erano commissionate di anno in anno, in successione  e tal volta non erano in grado neppure di accettare tutte le commesse.
Una vita di lavoro e di onestà, con il destino già inscritto in una casetta arredata con tende rosse e  fioriere, mobilio colmo di corredo di pizzo in fresco lino, tovaglie ricamate a mano da mamma, zie e un gruzzoletto per ciascun figlio, onde avviare l’attività in proprio, dopo la dipartita del padre.

Tutto programmato, con la cura e la semplicità della tradizione di famiglia, alla quale già qualcuno dei figli  si era già allineato.
Anche Oreste aveva la morosa e da un po’ frequentava le camere alte del padre di lei, senza naturalmente che il principale fosse a conoscenza. Sara era una ragazza colta, aveva frequentato anche l’università nel capoluogo, ma non era abbastanza sicura di volere una laurea, si commuoveva a guardare qualsiasi bambino piccolo e adorava quelli delle sorelle più grandi, che la adoravano a loro volta. Il corso di laurea in ostetricia le era congeniale, perché il miracolo della nascita è e resta il più stupefacente e ancestrale in assoluto, ma proprio quel partecipare alle nascite, la induceva a desiderare sempre con maggiore insistenza un figlio, un piccolo fagottino suo, da non consegnare, seppur con gioia, ad un’altra donna.

Un giorno che Oreste ed i fratelli erano a riparare il tetto di una chiesa, venuto meno dopo un violentissimo nubifragio, Oreste si era avvicinato alla piccola armonica a pedale posta in una nicchia a volta lunga, che probabilmente fungeva da riparo al coro di voci bianche.
Le dita rozze ed incerte, avevano iniziato a cercare le note di un motivo famoso del Verdi, e prova e riprova, alle note si era unito un abbozzo di canto che aveva appreso dal nonno, durante la guerra a Firenze. E dopo qualche minuto, la sua voce, quasi come un miracolo, riecheggiava imperiosa e dolce nei quattro cantoni della chiesetta, dentro i suoi altari a turbare le orecchie degli angeli di cera, con sonetti un po’ arditi, e forse anche a bearli di un canto così armonioso.

Il canto riecheggiava fin sul sagrato e nella piccola piazza dove il solito gruppetto di sfaccendati si sprecava a bruciare il tempo. Insieme al parroco e al suo sacrestano, sopraggiungevano  incuriositi  e inattesi spettatori, e al termine della romanza, un applauso scrosciante e sincero finì per accompagnare  lo  stupore, per una voce genuina eppur ricca di talento.

Fu allora, che il parroco lo prese da parte per  chiedergli quale scuola di canto avesse frequentato per  conoscere note e parole,  stupendosi da quello che si era rivelato un autodidatta e cantore improvvisato. Gli promise un incontro con il rettore del conservatorio e la premessa che se avesse inteso studiar canto, egli sarebbe stato il suo mentore, fino alla fine del corso.

Così da quel giorno, la vita di Oreste cambiò il suo indirizzo. I vestiti dimessi e perennemente sporchi di calcinacci, furono sostituiti con eleganti completi da sera, chiffon e sete, lana fredda e papillon colorati, profumi e accessori da gran signore e in più si accollò il vizio del fumo, per darsi un tono, come se quello della voce non fosse già abbastanza alto.

Sara da un giorno all’altro non seppe più nulla del suo fidanzato. Come un giuda qualsiasi l’aveva lasciata, dopo un ultimo bacio e la promessa di ritornare qualora lei lo avesse desiderato, cosa improbabile, poiché un turbinio di impegni, ore di studio, prove di teatro e recitazione e nuovi amorazzi lo presero a tal punto, che in pochissimi mesi divenne talmente bravo e famoso da dover completare i suoi studi, nel teatro più rinomato della capitale europea.
Il treno, la partenza e la gloria e tanti troppi anni a non voler ricordare da dove era partito, fratelli e famiglia compresi, e della lunga assenza neppure un rimpianto, se non quello di avere messo al mondo un figlio senza averne visti mai gli occhi né il sorriso.tenore-in-chiesa

 

 

 

 

4 Sara

Sara aveva perso in vitalità, ma non in dolcezza, affrontato il genitore con la forza e l’orgoglio delle madri e superato tutti i pregiudizi del paese senza neppure per un istante cedere all’ipocrisia della gravidanza nascosta o peggio dell’abominevole aborto.
I tempi erano ancora acerbi per la genitorialità consapevole fuori dal nucleo matrimoniale tradizionalista, ma di donne desiderose di essere le uniche padrone ed arbitro delle proprie scelte era già pieno il mondo, un sottofondo nascosto proprio di  donne più che femmine e di personalità con un’autonomia e sicurezza nelle proprie capacità a tutto tondo, nel senso del cervello, ma ancor più dell’uso del proprio corpo. Dopo ogni conquista, seppur personale, il futuro tende a diventare progresso che lentamente abbraccia un collettivo, dove ciascuno sceglie chi e come spendersi, senza piegarsi alle convenzioni religioso-borghesi e falso-moraliste, che da sempre tendono a condizionare la vita delle persone, scempiandone la libertà.

Sara visse con naturalezza la gravidanza, le furono accanto le sorelle e Salvo venne al mondo amato da più mamme e dal nonno materno, che superati certi schemi mentali, si lasciò sopraffare da tenerezza ed affetto, che ogni giorno crescevano e si espandevano immensi, come l’amore filiale sa e può fare.
Bella di una bellezza acre ed adolescenziale, dopo la nascita del piccolo Salvo, era diventata bellissima, le rotondità del viso e del corpo, leggermente accentuate la facevano apparire, come quelle madonne seicentesche, rinvenute in gallerie di belle arti e libri di storia.
I capelli lunghi e fluenti, erano del colore della sabbia e avevano le stesse onde del deserto quando il vento ne accarezza il piano. Ma prima di tutto era una mamma, palesemente orgogliosa di esserlo, con un pieno di amore e dolcezza da donare che manifestava in ogni piccolo naturale gesto rivolto al bambino, al suo universo del quale era il sole ed il satellite al tempo stesso, era la forza da cui e a cui attingeva ogni giorno la forza gioiosa del suo vivere da madre.
Mani lunghe ed affusolate strinsero in mille nenie e sostennero i primi passi incerti di Salvo, asciugarono i suoi pianti e gli offrirono il cibo e l’amore di cui necessitava.
Ma come un soffio di sabbia negli occhi, un destino assurdo, la portò via e di lei Salvo non ricordò mai il radioso sorriso né verso chi per la prima volta aveva pronunciato a stento la parola mamma, come si porge un bacio, senza conoscerne la reale profondità.

Young mum and her little son, blond child hugging in blooming cherry garden in spring. Happy family celebrating mother's day.

 

 

 

 

 

5 Successo

Il successo è una bottiglia di buon vino, amabile al palato ed ai sensi, colora la vita e la trasporta in una dimensione di privilegi in misura superiore alla norma, ma l’effetto di una sbronza può significare un declino rapido e irreversibile per chi non ha preventivato, che ogni evento ha un suo corso e una fine, ineluttabile.

In quella camera di seconda o terza , Oreste si accompagnava all’ennesima fidanzata, stanco del troppo bere, ballare, oziare, non sapeva più da quanti mesi non teneva un concerto e le compagnie non lo chiamavano più. Le locandine avevano sbiadito il suo nome e tutto questo a causa di quel cattivo carattere, che porta certe persone, arrivate al successo a credersi (non senza manifesta arroganza) liberi di esternare tutto quello che passa per la testa, senza rispetto e prudenza per alcuno.

-Mi ami tu almeno?-, chiedeva alla quasi bambina bruna che si accucciava al suo fianco, anche lei sbronza da far paura.
La starlette non aveva risposte, ma sorrisi luminosi per ogni domanda e non perché fosse stupida, almeno non appariva così agli occhi del suo incauto fidanzato, ma per la paura, quasi terrore, che qualsiasi sua risposta, negativa o positiva, potesse scatenare, a prescindere, una reazione spiacevole, dalla quale poi trarre le conseguenze, che non potevano essere che una fuga lontana, da un uomo immaturo e viziato, al quale la vita aveva donato troppo e troppo in fretta, da poter comprendere che il bene delle persone, vale più del proprio talento.

Trascorse il tempo, e Oreste si sperperò come i denari, bruciandosi gli anni e gli affetti, svuotando e svuotandosi di vita ed entusiasmi.

In un vecchio baule, semi coperto da polvere e carta di stagionati giornali, Giacomo aveva rinvenuto un abito da sera, diverse foto ingiallite e preziosi quanto inutili cadeaux di cui non avrebbe compreso l’appartenenza e fu veramente sorpreso nel leggere su di una locandina ripiegata  a caratteri cubitali, il nome del nonno.

Non disse nulla all’anziano parente, un po’ deluso da quella omertà riguardo un passato, che poi in fondo gli apparteneva e di cui poteva essere orgoglioso.
La sua testa di fanciullo era un po’ confusa e non sapeva quanto avrebbe resistito, senza porgere al nonno quelle domande che gli invadevano la piccola testa atona.
Trascorsi alcuni giorni, il nonno, al quale non era certa certo sfuggito lo sguardo interrogativo del piccolo nipote, e alquanto stupito dalla discrezione di un così maturo ometto, lo invitò a sedere accanto a sè e guardandolo negli occhi, come si fa tra adulti, gli disse : -Il successo, figliolo, è un gran peso, eppure gli uomini lo ricercano e spendono i migliori anni per ottenerlo, lo ambiscono in diversi modi: qualcuno anche vigliacco e cruento, prevaricando e svendendosi la pelle; ma quello più lecito scaturisce dal proprio talento. Invero, il talento stesso è già un successo e racchiude nel suo dono una ricchezza per chi lo abbia ricevuto, non rappresenta infatti merito ma grazia. Ho avuto questo dono e attraverso esso il successo, ma tornassi indietro, preferirei ritrovarmi in cantiere, con i miei fratelli ad erigere muri e faticando cantare quattro versi alle galline, per non dover perdere, a causa dell’euforia, i momenti e gli affetti più importanti. Tu sei parte di questi, la migliore, quella che mi resta e che non immaginavo mi spettasse oramai.-
Giacomo non comprese che in parte il discorso del nonno, ne avvertì invece il bene smisurato e scoprì con esso una profonda ferita, ben nascosta ma latente, coperta da una coltre di polvere e giornali, coperta dal tempo, ma vivida e persistente.oreste_lionello

 

 

 

 

6 Il padre bambino

Dal giorno della rivelazione, nonno e nipote furono più amici, quasi complici, e Oreste specie nelle sere lunghe dell’estate, provò quasi entusiasmo a raccontare dei trascorsi, come trattasse la vita di altri e nel rammentare, si chiedeva se avesse davvero vissuto quel mondo dorato o se invece non l’avesse furbamente immaginato e desiderato.
Per contro chiedeva al nipote di parlargli del padre, di Salvo, un ragazzotto schivo e taciturno, vissuto tra le troppe attenzioni dei parenti, che lo soffocavano di premure e raccomandazioni.

Anche Giacomo, era stato trattato come il padre, prima che la madre non abbandonasse il marito bambino assieme a tutte le sue fisime per rifarsi una vita lontano. Anche se con dispiacere, il cambiamento si era fatto necessario, il motivo scatenante era stato proprio quel carattere introverso, viziato ed iper-0critico del bambino mai cresciuto.
Oreste a sua volta non era mai riuscito ad avvicinare il figlio, per un disprezzo di lui ostentato ed un senso di colpa che non poteva essere espiato attraverso nessuna azione di indulgenza. Soprattutto in seguito alla inattesa e prematura  morte di Sara, il bambino era diventato inavvicinabile e la colpa della malattia era stata imputata ad una depressione inconscia e quindi al trascorso infelice.

Solo qualche anno dopo, quando anche Paola, la madre di Giacomo fu trovata morta a causa di un drammatico incidente domestico, il fanciullo poté vivere col padre, che nel frattempo si era ammalato, ed in poco tempo forse pure per dolore. La stessa sorte era toccata alle sorelle, che mai avevano abbandonato la grande casa paterna, che si svuotava con una velocità drammatica ed inspiegabile dei suoi inquilini.  Quella casa, costruita mattone dopo mattone dagli avi, in un posto tranquillo tra mare e campi di grano, il cui grande feudo pian piano era stato espropriato per dar posto agli stabilimenti della moderna siderurgia.masseria1

 

 

 

7 Beatrice

I primi di luglio, Beatrice partiva in vacanza con la famiglia e dall’Abruzzo si stabiliva nel Tarantino con i nonni materni. Si conobbero che Giacomo costruiva con solerzia i suoi castelli ed i suoi aquiloni e appariva un bimbo sereno, mai nessuno avrebbe potuto immaginare quali tristi trascorsi per un ragazzino. Lei era una piccola donnina solare, ogni anno più bella, di indole semplice, differente dalle ragazzine piene di arie e vanità appoggiate sui trampoli di tacchi vertiginosi. Erano state quella dolcezza e semplicità a far innamorare Giacomo che ogni anno aspettava impaziente che la ragazza apparisse tra le dune, col suo bel prendisole di viscosa color arancio, dal quale si intravedeva il bikini bianco.   Era sorto come un fiore in una serra, coltivato e banale, senza le grandi sceneggiate del colpo di fulmine, dal sapore retrò, eppure unico, come tutti i grandi comunissimi amori. Un amore normale e romantico, cresciuto  ponderatamente, sospeso tra l’intima paura di un imprevisto e la riservatezza di due adolescenti, maturi tanto da progettare  il classico matrimonio. La loro sarebbe stata una favola breve, vissuta intensamente, con un futuro progettato timidamente assieme, costruito mattone dopo mattone, in una quotidianità davvero normale, gelosamente racchiusa tra le mura domestiche, esclusa da qualsiasi clamore, ma in  un vissuto di coppia, saturo di bene e complicità  sotto ogni aspetto.vestitinosalmone

 

 

 

 

 

8 Orizzonti

Capita che il destino si riveli un grande imbroglione, fingendo tregua, dopo vicissitudini tormentate, per poi bastonare ancora, chi già ne conosce il sapore, senza motivo e senza riparo. Quel destino che induce a prendere il treno per cercare un nuovo domani, dove costruire il futuro ideale e invece, come se fosse normale, annulla viaggio, treno, lasciando spiazzati, senza meta e senza più voglia di ricominciare a vivere.

Come un delfino spiaggiato, Giacomo era tornato al suo mare. Non c’era più Beatrice al suo fianco, né il nonno alle sue spalle. Lei restava comunque una costante nella sua vita, tutti i suoi rimorsi e sensi di colpa si fermavano sullo stomaco, fino a fargli perdere il fiato, un groviglio di pena inespressa che soggiaceva nelle membra fino a sfiancarlo.
I dolci sorrisi condivisi si erano tramutati nel più ingestibile dei veleni, sembravano portarlo alla follia, senza nessun’ancora a cui protendere, se non la sua stessa vita, comunque e caparbiamente ostile, eppur vita.
C’era un mare immenso che lo invitava ad abbandonarsi e tra quelle incerte braccia depositare il dolore dei ricordi, perchè la sabbia dei fondali sa trattenere segreti, perchè la sabbia sa trattenere i tesori e perfino i crimini degli uomini, senza esserne complice, eterna vestale di ogni lacrima versata dal disperato dolore umano, di cui son saturi oceani.

Attraverso i sensi scorrevano, si arrestavano rifluttuando dolore, gioia, i piaceri del vissuto, come pure i patimenti. Giorni in cui l’anima pareva trapassata da piccole spine fisse sulla pelle, figlie di un dolore ereditato, come malattia, che si alterava in un benessere improvviso ed ingiustificato, che pervadendo sviava per un po’ il peso di giorni bui per tutti i sudati progetti andati in malora, malgrado l’impegno e quelle storie incrociate ora in croce, che tornavano negli occhi come presenze reali, senza speranza di rivalsa, che lo facevano sentire come l’uomo di latta, finito schiacciato, trito, sotto un peso grave ed irreversibile.
Nulla di più facile ed orrendo lasciarsi travolgere nella solitudine di un deserto sabbioso, che cela il prepotente richiamo dei fantasmi passati nel sogno sfumato nel male.
Ormai era solo davvero, con un se stesso impaurito, suadente alla resa. Ma una scialuppa restava sempre ancorata alla scogliera, in costante attesa di profughi di ogni specie e trascorso, per trascinarli a riva, anche nonostante essi stessi, inducendoli alla solita speranza, quale follia sana, strada senza segnali o itinerario, eppure unica meta che verso remoti e insperati orizzonti.naufrago

 

 

 

 

Caffè

Il minuscolo caffè stagionale era ancora aperto, malgrado l’autunno inoltrato e i pochi turisti rimasti non frequentassero che nel serale il micro locale muto, preferendogli nel notturno la discoteca a poche centinaia di metri, che inventava serate fantasiose e folligeranti, ideate per distrarre dalla fine irreversibile dell’estate trascorsa.
Quella tarda sera, era insolitamente accesa ogni luce interna al locale, oltre al neon blu con le lucine che parevano natalizie e ne indicavano la nomenclatura, sponsor di una rinomata qualità di caffè. Insolito anche il flusso di gente che vi entrava e vi usciva e man mano che si avvicinava, Giacomo poteva udire, sempre più distintamente, urla, come richieste d’aiuto e di panico. Tutto ciò gli rammentò i bui trascorsi, tessuti nei ricordi di una mente sensibile ad ogni percezione di disagio, per questo motivo sarebbe corso via, se un prepotente egoismo avesse prevalso, ma conoscendo le persone coinvolte, quasi per forza di attrazione, si affacciò sulla porta e prima ancora che potesse proferire parola, il suono dell’ambulanza lo fece desistere e si decise ad attendere appoggiato al muro di un vialetto esterno al retro, ansioso di capire chi e quale disgrazia fosse accaduta quella notte.
Un corpo veniva portato via di corsa in ospedale, mentre nella vecchia Alfa, i carabinieri del posto, anch’essi clienti, accompagnavano quasi amichevolmente una donna, facendola accomodare sul sedile posteriore, sotto  sorveglianza ma senza manette.
A quella scena i pensieri di Giacomo affrettarono conclusioni e rifletté su quelle mani di donna a lui note per i gesti meccanici sulla macchinetta del caffè e su come sapessero certo accarezzare, anche se provate dalla stanchezza o quietare gli animi e pazientare, ma come le stesse potessero davvero far male e farsi male se ferite e ingannate.

Quelli i suoi pensieri, che furono certo comuni a quasi tutti i clienti presenti lì, a quella tarda ora  per un insolito spettacolo, che sembrava la conclusione penosa non difficile da prevedere, pur non conoscendo affatto quali fossero i veri accadimenti.

Vitaliana, in quel locale, aveva speso la sua età, anni belli o brutti, fatti di lavoro ininterrotto, figli da crescere, marito da accudire come un bambino maleducato, che lasciava in giro abiti da lavare, le cui tasche erano piene di appunti di commesse e conti di creditori che ormai troppo spesso andavano in fumo non tornando in cassa, malgrado i suoi sforzi ad essere attenta e parsimoniosa in ogni spesa e nella gestione di ogni faccenda.

Niente parrucchiere o estetista da secoli, vestiti riciclati che adattava alla sua taglia per fortuna costante e davvero pochi svaghi, se non quello di qualche visita al centro commerciale per gli acquisti d’obbligo e la lezione di ballo che talvolta saltava causa imprevisti.
Non c’erano festività per far scorta di fiato e le ferie erano quelle degli altri, i sabato sera tirava tardi al locale mentre le coppie di amici organizzavano ritrovi e cene, lei restava con gli occhi sempre più stanchi e gonfi al bar, accompagnandosi a programmi ruffiani propinati dalla tv, ideati per illudere vecchietti e sfigati come lei. Il maritino invece, quando non era a bere, si prendeva spazi di respiro  trastullandosi con gite a bordo dell’auto sportiva e  con allegri passatempi da dongiovanni cronico. Da tanto lei gli si negava, non dormivano più insieme, la porta del cuore non ha che una entrata e Vitaliana non sapeva più aprirla a chi ne aveva posseduto i segreti e le chiavi senza apprezzarne la dedizione.

Troppo tempo era passato in una condizione irrisolvibile di incomunicabilità  che non le importava neppure più di risanare. L’unico desiderio era invecchiare, magari ingrassare tanto, forse anche per poter avere qualche amica sincera, dacché riusciva a legare solo con qualche fedele cliente, mentre le amiche si allontanavano, come per una gelosia inspiegabile, forse per via delle curve che pareva inutile nascondere in vesti semplici e puritane o  camicie da due taglie più grandi .
La solitudine era anche quello, niente confidenze con nessuno, neppure col prete di paese, da cui non aveva  il coraggio di andare ad ammettere la fede perduta, inesorabilmente crollata sotto il peso di disillusioni e crudeltà gratuite, lutti e una sensazione inspiegabile di generale abbandono a cui sembrava costretta, assieme all’umanità colpita in pieno da una tempesta.carabinieri-notte

 

 

 

 

10 Nella buona e nella cattiva

Tutti l’avevano vista crescere dietro quel piccolo bancone da caffè, attenta al  fornetto per dolci con il sorriso paziente di chi accoglie i clienti, come il sole il mattino. Dedita al suo lavoro avviato dal padre, proseguito col marito che da ex bagnino si era insediato fin da ragazzino e l’aveva corteggiata, marcandola stretta, perché era stata da adolescente una vera bellezza e non solo della zona. La pelle dal colore abbronzato di chi il sole lo prende con costanza quasi senza volerlo, i capelli ramati, i vestiti esotici trasparenti e scomposti dal vento del ventilatore a muro, la facevano apparire come un’eterna ragazzina, amica, madre e secondo le malelingue amante di avventori, sempre tanti e sempre diversi del locale.
Molti in paese vociferavano e malignamente esprimevano giudizi sul povero consorte, pure quei giovanottoni attempati o vecchi sbrodolosi che avendoci provato, erano rimasti a bocca asciutta, come pesci appesi all’amo, in un tentativo vano d’amore carnale.
Più di qualche voce malevola raggiungeva Ugo, il marito, che si chiamava Ugolino e aveva le stesse sembianze di un tirasangue spettrale, alto e muscoloso, ma di un pallore insolito per un uomo di mare, colorito tetro causato da una malattia mediterranea. Ogni sera, da una decina di anni circa, lo si sentiva sacramentare contro la moglie, specie ora che i figli erano partiti, il primogenito in polizia e gli altri due a lavorare all’estero in un bar di frontiera, per non dover sopportare insulti ed improperi, di un disadattato non segnalato, per vergogna, ai servizi di igiene mentale.
Qualche sera prima del fattaccio, una scarica di piatti e cristalli, appena lavati e messi in ordine, erano volati via dagli stipiti e alcune schegge avevano perfino ferito un avventore, capitato lì per caso…che naturalmente aveva sporto denuncia, certificando ulteriormente l’indole violenta dell’Ugo.
Non era più vita, non era più sopportabile il clima di violenza palese ed incontenibile dell’uomo, eppure in silenzio Vitaliana, aveva raccolto ogni coccio, passato l’aspirapolvere, spillato nuovi scatoloni con piatti e bicchieri e riaperto il locale col medesimo sorriso mentre l’alba faceva il suo ingresso, sollevando la tapparella di nero che irradiava piano il mare.

Nel buio di una notte sempre più chiara, tornava  l’automobile dei carabinieri. Giacomo aveva atteso, assieme ad un gruppo di persone del luogo e lei ne era scesa con un’espressione assorta, ma dignitosa, senza abbassare il capo si era diretta al bar ed era ormai quasi l’ora di riaprire. Era pronta a farlo, al solito orario, senza battute d’arresto, per continuare a vivere una normalità che forse non conosceva davvero, ma che abituata com’era al casino, pensava fosse quella a lei predestinata, perché le tribolazioni non mancano veramente a nessuno, o almeno, così le era stato detto.

E nessuno ebbe coraggio di chiederle nulla. L’indomani qualche pettegolo avrebbe raccontato una verità distorta, la solita verità prudereccia ed inventata, che piace tanto a chi annega nel letamaio, ma ama straparlare di quello altrui.

Giacomo era troppo sconvolto per andar via, si coprì col cardigan rosso in fresco lana e fu il primo cliente al caffè di quel mercoledì.

-Sei stanca eppure sorridente-, le disse, e il sorriso di lei era mutato in uno sguardo di domanda. -Non avrei che da piangere, se solo servisse, ma da tanto so che forse un sorriso aiuta a sopravvivere, meglio di un antidepressivo.- E con gli occhi segnati e profondi, si allontanò, verso il telefono a gettoni, che stava trillando.
Qualcuno o i carabinieri per dovere di servizio, avevano già messo al corrente i figli del trascorso incidente del padre e ora i ragazzi chiamavano per sapere da lei la reale successione degli avvenimenti.

Giacomo, involontariamente poté ascoltare tutta la conversazione, dalla voce calma e rassegnata di Vitaliana, che ricostruì con puntuale e lucida precisione ogni accadimento.

Il medesimo racconto che poco prima avevano verbalizzato in caserma e che aveva convinto i carabinieri dell’estraneità della donna su quello che era “un incidente”, come fu scritto poi, “di lavoro”.

Ugo sempre sbronzo da far paura, aveva battuto la testa cadendo dalla scaletta che portava ad uno stanzino, dove si recava allegramente per svuotare liquore, facendosi compagnia tutte le sere con qualche amica occasionale. Ragazzine leggere e accondiscendenti si richiudevano con lui in quella grande botte a solaio e non si curavano neppure della moglie, che comunque non provava che disgusto o forse da un po’ neppure quello.

Nessun dolore, solo dispiacere o forse  pena, per un compagno di vita così debosciato, che non portava rispetto per nessuno e che non sentiva il bisogno di cambiare abitudini, continuando invece a peggiorare, preso dai fumi dell’alcool in cui si perdeva ogni giorno di più.

Riattaccando la cornetta, Vitaliana si sentiva sollevata, i figli avevano compreso, e malgrado il dispiacere per l’ accaduto, desideravano per loro madre una  vita migliore.
Vitaliana non aveva mai pensato  al principe gentiluomo dei romanzi, ma sentiva che avrebbe meritato qualcosa di simile alla felicità o almeno la tranquillità di braccia che stringono e rassicurano, dopo una giornata di lavoro e confusione, a due parole buone se non dolcezze, da raccontarsi sulle labbra, prima di ogni nuovo giorno, perché forse era quella la felicità. Niente di più di un vissuto ordinario ma sereno, mentre fino ad allora le era toccato l’inferno, in cui si era anche adeguata, accettando ogni umiliazione, rassegnata a tutto, dapprima per amore dei figli e poi per la più basilare assenza di rivalsa.
Lui sarebbe guarito, lentamente sarebbe ritornato ad essere il medesimo uomo, forse sarebbe cambiato, ma la misura era colma e l’amore non c’era più, nella buona e nella cattiva sorte era una formula vuota di ogni contenuto,  tutto il bene era esausto e a nessuno avrebbe permesso di mettere bocca riguardo alla separazione e comunque non le sarebbe importato davvero del giudizio di alcuno.ubriaco-al-bar

 

 

 

11 Vero simile (finale)

Non è difficile che due infelicità si incrocino, dopo percorsi diversi e nessuna intenzione di farlo, in un contesto che è colmo di esistenze sospese tra il non detto e non fatto. Due infelicità non colpevoli che malgrado le avversioni si intersecano, ne consegue una semi-favola o un gran disastro, impossibili da prevedere se non vivendo, come anche se e quanto potrà durare una storia nata da rovine pregresse, irte di cocci ancora affilati e pungenti. Non vi sono certezze di alcun tipo, solo un immane desiderio di una storia nata da qualcosa di simile alla reciproca compassione, comprensione, che può coinvolgere tutti i sensi percepiti, ma anche quelli inconsciamente attrattivi della consolazione tenera e non commiserevole, fino al totale coinvolgimento. Un grande vuoto affettivo da colmare con la presenza di parole e gesti quotidiani, che diventa esigenza da vivere come traguardo lontano per tentare di raggiungere con le forze rimaste un orizzonte nuovo, non prefigurato in quella statica serenità a cui ambiscono taluni uomini, dopo aver sperimentato l’inquietudine, lo sconcerto e smarrimento per i trascorsi ancora vividi e scolpiti addosso di troppi anni.
Una parentesi a cui si sente di aver diritto, consapevoli della caducità del tutto, anelando ad istanti migliori, preziosi minuscoli momenti nei quali e per i quali la vita riacquista valore e senso.

Una strada impervia, può diventarlo di meno se si affrontano in due le tante incognite, se al desiderio di ricominciare ci si affaccia assieme a chi ha bisogno di aiuto, ma può e desidera anche donarne ancora tanto.

-Un caffè forte- chiese Giacomo guardando la donna dietro al banco, come fosse il primo incontro e allo sguardo stanco di lei, a quegli occhi smarriti che chiedevano ristoro, offrì il suo più bel sorriso, quello di un uomo perso nella tempesta ma col sentore di chi prova a ritrovare il faro verso cui avviarsi e in cui sperare di trovare pace.

L’orologio a muro segnava le sei e trentasei e da quel momento in poi, quegli occhi negli occhi, fino a poco prima estranei e lontanissimi, accettando la nuova sfida, non si sarebbero lasciati più…
Fino all’ultima designata tempesta.seduzione-cosa-dire-ad-una-barista-per-sedurla_shd

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Tante volte poi avrebbe voluto regalarle un dono speciale,
segno di riconoscenza,
aveva trovato il modo più improbabile eppur meraviglioso.
A sorpresa in qualsiasi ora del giorno o della notte
la conduceva in auto
dove aveva veduto per esempio un prato fiorito,
e ogni volta scovava posti differenti
a seconda delle stagioni,
o dello stato d’animo
o trasportato da quelle sensazioni
che rendono pesanti le ore e i rapporti.
Alleggeriva così la pesantezza dei giorni
Interrompeva le malinconie di un litigio
catturando tutto il bello di un paesaggio
oppure la terrazza di un cielo stellato
o gallerie per un quadro che si prestasse al momento
in qualche vicolo a ad ammirare un monumento
o un’orchestra di strada …
S’esprimeva così quella delicata devozione
che scorreva tra la sua e un’altra vita
a cui non si stancava di dire grazie
con l’anima intrisa di un bene speciale,
autentico, inaspettato, ritrovato,
differente da quello sacro del ricordo
eppure vivo nel suo cuore che batteva ancora inspiegabilmente
di un bene così raro da sembrare amore vero.slow-drive-coppia-1-300x200

 

 

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